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Rivoluzione digitale e diritto d'autore

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Il diritto d'autore è quel diritto riconosciuto dall'ordinamento dello Stato a colui che abbia realizzato un'opera dell'ingegno a carattere creativo (in Italia è disciplinato dalla legge 22 aprile 1941, n. 633) . Il riconoscimento legale del diritto d'autore si può far risalire al 1709 con lo Statuto della Regina Anna che introdusse in Inghilterra il copyright e con le successive leggi rivoluzionarie francesi di fine settecento dove per la prima volta viene riconosciuta una proprietà artistica sull'opera.

La diffusione di opere di ingegno su supporto digitale solleva la questione del diritto d'autore, infatti sembra necessario ripensare completamente l'approccio a tale diritto e alla proprietà intellettuale in quanto le leggi finora applicate si basavano e funzionavano grazie alle difficoltà di natura tecnica che rendevano difficile il fenomeno della copia illegale. Fintanto che si parlava di riproduzione di libri mediante fotocopie o audio mediante cassette (tecniche di riproduzioni analogiche) il diritto sembrava poter reggere l'impatto di una sempre crescente facilità di riprodurre copie illegali, anche perché qualitativamente il prodotto non era paragonabile all'originale per cui la maggior parte degli utenti non accontentandosi acquistava libri e cassette originali.

La svolta epocale avviene nel momento in cui è stato possibile digitalizzare l'opera e quindi scorporarla dal suo supporto fisico e trasformarla in un flusso di dati (sequenze di 0 e 1, i bit)
che rendono la trasmissione delle opere immediata, con minime difficoltà tecniche di riproduzione con costi molto bassi e senza nessun degrado qualitativo: la centesima copia è identica all'originale.

La trasmissione immediata porta inoltre ad un annullamento della figura dell'intermediario, infatti l'artista , il creatore, può rivolgersi direttamente al fruitore senza passare attraverso l'industria culturale in quanto il prodotto si è dematerializzato (saltando quindi tutti i passaggi necessari per arrivare al consumatore: stampa, logistica, vendita e consegna del prodotto).

I punti fondamentali di tale rivoluzione vengono esplicitati dalla professoressa e avvocato Pamela Samuelson (Università di Berkley in California,1999)
  • 1. È molto facile duplicare, si fa presto, costa poco, le copie sono dei duplicati perfetti dell'originale.
  • 2. È facilissimo trasmettere i dati e si trasmettono quasi istantaneamente, si trasmettono in tutto il mondo scavalcando barriere nazionali, doganali, censorie.
  • 3. Il dato digitale è malleabile, si può trasformare quanto si vuole, si può deformare quanto si vuole, un originale ne diventa facilmente un altro deformato o rielaborato.
  • 4. Le opere letterarie, sonore, grafiche, una volta messe in forma digitale, subiscono la stessa sorte, sono indistinguibili nel supporto, non sono più differenziate tra libro, quadro e disco, mettendo in crisi i concetti di copyright che sono diversi se si tratta di quadro disco o libro.
  • 5. Il dato digitale è compatto, è piccolo si trasporta facilmente.
  • 6. Il dato digitale non si visita più linearmente come si fa con un libro, ma in modo non lineare. Tutti coloro che hanno visitato un sito in Internet non hanno letto pagina dopo pagina, ma sono saltati da una pagina a un altro sito, creandosi percorsi individuali.[4]
La semplicità ha portato ad un moltiplicarsi delle copie illegali che hanno stimolato i legislatori a creare nuove regole che tenessero conto dei diritti dell'industria culturale, come ad esempio negli Stati Uniti il DMCA (Digital Millenium Copyright Act) e in Europa la Direttiva 2001/29/CE.
Interessante è notare come nel sentire comune copiare opere coperte da copyright non è visto come un atto illecito anzi spesso è valutato più come una furbizia sociale che come un atto di criminalità.

Il dibattito relativamente alla modalità di regolamentazione in materia di diritto d'autore è piuttosto vivo e vede contrapporsi posizioni divergenti; risulta necessario ripensare la forma e l'utilità stessa del diritto d'autore, in quanto una applicazione di norme troppo restrittive potrebbe portare al blocco della libera circolazione delle idee e della “merce sapere”, e d'altra parte è necessario che l'ideatore di tali idee non venga danneggiato ma possa venire remunerato per il prodotto della propria opera.

Due posizione divergenti in questo ambito nella realtà Italiana possono essere rappresentate da due scrittori, i Wu Ming (collettivo di scrittori) sostenitori del copyleft e da Giorgio Faletti, testimonial contro la pirateria. Prima di passare ad esaminare i loro punti di vista è bene dare una spiegazione di quello che si intende per Copyleft.

Il copyleft può essere visto in un certo senso come il contrario del copyright, dove l'autore cede alcuni suoi diritti all'utente, comprese le libertà indicate da Stalmann come basilari e vale a dire la libertà di usare a propria discrezione e di studiare quanto ottenuto, di modificare, di copiare e condividere con altri, e di ridistribuire i cambiamenti e i lavori derivati. (Richard Stalmann è un informatico guru dell'hacker pensiero ideatore nel 1989 del concetto di copyleft nonché fondatore della Free Software Foundation). Le licenze copyleft normalmente sono attribuibili ai software (vedi licenze GNU General Public License) mentre per le opere d'arte sono utilizzate altre forme di licenza come le Creative Commons che affronteremo tra poco.

Ritornando al dibattito tra sostenitori e avversari del copyright, i Wu Ming sostengono che non esiste contraddizione tra libera circolazione delle idee e la possibilità dell'artista di poter vivere del proprio lavoro, per loro le opere d'ingegno non sono soltanto una mera produzione dell’ingegno stesso ma devono a loro volta produrne altre e far crescere nuove idee e stimolare la fantasia. La loro linea di pensiero in merito è la seguente:

E' un atteggiamento conservatore pensare a queste due esigenze come ai corni di un dilemma insolubile. "La coperta è corta", dicono i difensori del copyright come lo abbiamo conosciuto. Libertà di copia, per costoro, può significare solo "pirateria", "furto", "plagio", e tanti saluti alla remunerazione dell'autore. Più l'opera circola gratis, meno copie vende, più soldi perde l'autore. Bizzarro sillogismo, a guardarlo da vicino. La sequenza più logica sarebbe: l'opera circola gratis, il gradimento si trasforma in passaparola, ne traggono beneficio la celebrità e la reputazione dell'autore, quindi aumenta il suo spazio di manovra all'interno dell'industria culturale e non solo. E' un circolo virtuoso. Un autore rinomato viene chiamato più spesso per presentazioni (a rimborso spese) e conferenze (pagate); viene interpellato dai media (gratis ma è tutto grasso che cola); gli si propongono docenze (pagate), consulenze (pagate), corsi di scrittura creativa (pagati); ha la possibilità di dettare agli editori condizioni più vantaggiose. Come può tutto questo... danneggiare le vendite dei suoi libri? (Wu Ming, 2005)

Sicuramente nel loro caso il sistema funziona.

Faletti invece afferma in un intervista al quotidiano La stampa:

“La gente non capisce, chissà come pensano che mi mantenga. Ma lo sa che quando vado a fare la spesa, mi chiedono i libri in regalo? Il pensiero dominante è che il nostro non sia un lavoro vero che merita un compenso, solo perché è creativo e sembra divertente, è un lavoro che ci permette di guadagnarci da vivere solo grazie al diritto d’autore.”

E poi ancora sull'open source:

“Io invece penso che l’open source sia il sistema migliore per precipitare nella barbarie. Certe cose vengono fatte perché esiste un’industria che le produce e investe senza un ritorno economico. Senza un editore, Hemingway non sarebbe stato scoperto”.

Infine gli viene posta una domanda sulle nuove licenze Creative Commons:

«Esiste un nuovo sistema di copyright che si chiama Creative Commons e che riserva solo “alcuni” diritti, non tutti, by-passando gli intermediari e mettendo in contatto direttamente gli autori con il loro pubblico. Lo conosce? »

«No, ma ammetto che il controllo con Internet è scappato di mano e alla fonte qualcuno deve fare “mea culpa”»

Risulta importante a questo punto spiegare più nel dettaglio cosa sono e come funzionano queste nuove licenze. Creative Commons è un’organizzazione no profit che permette la diffusione di opere di ingegno sotto licenze che offrono maggiore flessibilità rispetto alla protezione de “tutti i diritti riservati” stabilita dalla legge sul diritto d’autore. Le licenze Creative Commons si pongono tra il copyright e il copyleft come una sorta di “via di mezzo” tra queste due posizioni contrapposte, infatti, tra il “tutti i diritti riservati” e “nessuno diritto riservato” esiste quella che è l'idea delle creative Commons e cioè “alcuni diritti riservati”, in questo modo si proteggono alcuni diritti ma si autorizza la condivisione delle proprie opere con gli altri in base a determinate circostanze.

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Le licenze Creative Commons consentono quindi la libera distribuzione della propria opera esclusivamente a scopo non-commerciale oltre a darci la possibilità di mantenere il diritto d’autore e continuare a guadagnare dall’opera, permettendo al contempo la diffusione del prodotto mediante le nuove tecnologie. Al momento esistono quattro condizioni che si possono applicare ad una licenza Creative Commons:

  1. Attribuzione: si può usare l’opera ma è necessario dare credito all’autore. Questa condizione vale per tutte le licenze Creative Commons.
  2. Non commerciale: si può usare l’opera soltanto se non se ne ricava denaro.
  3. Non opere derivate: si può usare l’opera soltanto se non viene alterata o trasformata al di là degli usi consentiti dalla legge sul diritto d’autore.
  4. Condividi allo stesso modo: si può trasformare l’opera soltanto se quella risultante rimane disponibile in base agli stessi termini dell’opera originale.

Rivoluzione digitale e modi di produzione

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Le nuove tecnologie e soprattutto l'introduzione del computer, hanno modificato profondamente le modalità di produzione tipiche della società industriale caratterizzate dall'organizzazione fordista del lavoro.

Con l'introduzione dell'automazione (robot industriali) infatti, viene meno l'importanza della manodopera nelle varie fasi di produzione, e acquista importanza in modo esponenziale la comunicazione, vale a dire le relazioni tra i diversi settori del processo produttivo. Si viene a creare quindi un processo di destrutturalizzazione del luogo deputato alla produzione, cioè la fabbrica.

Grazie alle telecomunicazioni i vari processi possono essere svolti in luoghi diversi, una sorta di superamento dello spazio fisico. L'innovazione tecnologica ha quindi spostato una grossa fetta di produzione dai beni materiali a quelli immateriali. Essendo sempre minore la richiesta di lavoro manuale, oramai si calcola che la metà della forza lavoro in Europa (negli Stati Uniti è ancora maggiore) è impiegata nel settore dell'informazione, dove molte sono le mansioni legate alla promozione dei prodotti.

Questi cambiamenti hanno stimolato dunque quei settori economici dove si producono direttamente beni immateriali, e nonostante sia il mercato editoriale sia quello dello spettacolo siano presenti nella realtà da più di un secolo, è soltanto con la rivoluzione digitale che le dimensioni del mercato dell'immateriale acquistano rilevanza superando addirittura per importanza quelle dei mercati tradizionali, basti pensare che l'industria economicamente più importante in America è quella del software e non dell'hardware.

Se il settore trainante dell’economia non sono più le merci ma prodotti immateriali, quindi le idee, le informazioni, insomma i prodotti culturali, il valore dell’aziende si misura di più sulle idee che sul patrimonio di beni materiali: il New York Times Magazine ha definito che “l'unico vero patrimonio di Microsoft è la fantasia umana”.

Creatività e proprietà intellettuale sono la nuova ricchezza , come afferma J. Rifkin:

nel ventunesimo secolo, le imprese saranno sempre più coinvolte nello scambio di idee e a loro volta, gli individui saranno sempre più propensi ad acquistare l'accesso a tali idee e all'involucro materiale in cui saranno contenute. La capacità di controllare e vendere pensiero diventerà la forma più sofisticata di abilità commerciale.
In questa prospettiva si fa centrale la questione del diritto d'autore.